Secolo ventesimo primo
Musica ispirata all'omonimo testo di Gabriele Giraldo
Si risvegliò immerso nell’oscurità, sospeso in un nero puro. Con intuito colse di essere seduto perpendicolare al pavimento: i piedi non toccavano terra; gli arti superiori si trovavano incatenati ai bordi della struttura, negandogli ogni movimento delle mani.
Cuore e polmoni fecero a gara per uscire dal petto; il respiro e i palpiti accelerarono convulsamente; fegato e intestino sembrarono riempiti di massi, dandogli la sensazione di sprofondare; inondato di succhi gastrici, lo stomaco emanò afflati velenosi alla gola. Animatosi, ogni organo tentò una via per salvarsi: tutto ciò inutilmente, poiché ghermiti dall’angoscia non avevano scampo: ora rimaneva solo il confronto col nulla.
Provò a gridare, ma qualcosa di indefinibile gli bloccava la mandibola, lasciando la bocca semi aperta, proibendogli di fare qualsiasi verso.
Brandelli di memoria si mescolarono confusamente nella sua mente, apparentemente non rappresentando nulla di preciso, ma risvegliando in lui qualcosa di noto. A poco a poco vide germinare dalle sue viscere il seme della vergogna: nel terreno fertile della vigliaccheria si ancorarono le radici. Lentamente tronco e chioma si dischiusero dentro di lui rimanendo immobili, quasi ad imitare beffardamente la triste sorte del carcerato: i rami privi di foglie reggevano fiaccamente mele marce. Una ad una caddero al suolo, martellandogli le budella con un ritmo tetro. La lugubre marcia scatenò una danza di immagini raccapriccianti che raffiguravano ferite infette e cicatrici purulente; riconobbe rivelarsi dentro di sé in quegli attimi ogni sfregio perpetuato sul proprio desiderio. Un’immagine fermò il gorgo: una distesa di corpi umani senza gambe si trascinava con le mani in una poltiglia di sangue e pus, ingoiando a ogni bracciata il liquame in cui erano immersi. Totalizzante e avvolgente, l’esperienza delirante penetrò nelle membra restituendogli un vissuto presente e reale: cognizione del futuro che lo attendeva.
All’improvviso con l’effetto di un lampo abbagliante, squilli metallici s’imposero sopra la sua testa. Fino a quel momento non aveva realizzato di essere nel silenzio più assoluto: il ronzio assordante percepito fin dai primi istanti di lucidità non era altro che l’accavallarsi imbizzarrito di allucinazioni, cacofonica espressione di smarrimento e terrore.
Fulminei, si avvicinarono verso di lui dei rumori dondolanti, probabilmente dei passi. Galleggiarono nel buio totale, creando visioni caleidoscopiche, che davano l’impressione di vedere le impronte e chi le produceva: ogni falcata dava una sfumatura diversa all’ambiente, dipingendolo di colori innominabili, tutti asserviti a rendere più minacciosa, cupa, palpabile la figura del fabbricante di suoni. Proteicamente la sagoma avanzò inesorabile contro di lui; angoscia, vuoto, stordimento lo assalirono; gli intestini si contorcerono spasmodicamente all’avanzare delle orme.
Un chiavistello aprì il cervello, un flash pugnalò la faccia. Un braccio duro e possente gli cinse il mento, strattonando il volto in alto. Un liquido gli calò in gola, viscido e ruvido, fluiva lungo l’esofago. Vennero i conati: ma il rigurgito s’infranse in bocca e ridiscese; piangendo inorridito della sua condizione miserabile, dimenandosi ad ogni crampo dello stomaco, consumò il pasto.
Sparì la presa, ripiombò l’oscurità: era appena stato nutrito.
Gabriele Giraldo, 2019

La Meraviglia
Un brano nato dallo scatto di Giacomo Moceri
Una montagna
Traendo ispirazione dalla poesia di Daniele Tessaro
Una montagna è una terra che sembra celeste
una montagna è un chiodo conficcato nella crosta terrestre
una montagna è una radice alle nostre spalle
una montagna è dimora di antichi animali
una montagna è la beffa dei venti di tempesta
una montagna è più pesante d'una città
una montagna è l'abbraccio di luce e ombra
una montagna è il piacere di formaggio e resina
una montagna è la fatica di un cammino erto
una montagna sei tu che pur mi hai svelato
il mio orizzonte.
Daniele Tessaro

Somewhere now
L'olio su tela di Laura Pan è la fonte di ispirazione per l'omonimo brano
Fernweh
Musica nata dalla poesia di Emilia Scatigno
Parole,
parole,
silenzio.
Desiderio di luoghi lontani
che ogni giorno ci portiamo in
dono; desiderio di luoghi
inconsistenti ed effimeri
consapevolezza amara di non
potermi perdere per sempre
tra le candide nubi delle nostre
vette, tra gli abissi più profondi
dei nostri oceani, tra i bracci
più remoti delle nostre galassie
fluttuanti.
Desiderio di perdermi con te
nei nostri luoghi lontani.
Brivido nel vederli sfumare
ed esplodere in un secondo
impulso di bellezza,
impulso di creazione ciclica.
Distruggere e dare vita a
nuove creature della mente.
Banalità della verità,
banalità della conoscenza,
banalità dell'oggettività.
Per non morire di realtà diamo
vita ai sogni,
il tempo si ferma.
Tic Tac.
Guarda là sotto; quei luoghi lontani
non saranno mai nostri, e un giorno
li perderemo per sempre;
ma quando siamo lì, sotto le ali
della coccinella, il tempo è nostro,
Κρόνος diventa eternità, diventiamo
sovrani di quei regni confusi.
Guarda: il mondo è sotto le ali
della coccinella e ci apparterrà sempre
finché continueremo a sognare.
Emilia Scatigno
Anelli di mare
A partire dalla poesia di Sathya Nardelli
Anelli di mare
su sfondi viola accesi
il ricordo
di acque sfavillanti
ora resta solo il moto
ondulatorio sotto i piedi
tutto il resto è perso
in una macchia scura
di paure e oscillamenti.
Sathya Nardelli

